C’è stato un tempo in cui la musica dal vivo rappresentava il rito collettivo più atteso e accessibile che si potesse immaginare. Bastava mettere da parte la paghetta della settimana, mettersi in fila davanti a un botteghino e conquistare il proprio posto sotto palco per cantare a squarciagola insieme a migliaia di persone. Quel mondo, oggi, sembra appartenere a un’epoca lontanissima. La cultura pop, nata storicamente dal basso per dare voce ai sogni e alla rabbia della gente comune, sta progressivamente alzando delle barriere economiche sempre più difficili da raggiungere. Andare a un grande evento musicale non è più una semplice serata di svago tra amici, ma rischia di trasformarsi in una spesa paragonabile a quella di una vacanza, riservata a chi può permettersi cifre importanti senza problemi.
La notizia dell'arrivo in Italia del tour Oasis Live ’27, con le due date in programma allo Stadio Olimpico di Roma il 29 e 30 luglio prossimi, ha riacceso i riflettori su questo fenomeno. Liam e Noel Gallagher, icone assolute del britpop cresciute nei quartieri popolari di Manchester e storicamente celebrate come gli eroi della classe operaia inglese, tornano nel nostro Paese dopo ben 18 anni di assenza. Eppure, il meccanismo pensato per accogliere il loro ritorno racconta tutta un'altra storia. Tra sorteggi digitali, trafile burocratiche complesse e listini che toccano vette vertiginose, Quando la musica nata per unire finisce per dividere in base al reddito, la domanda sorge spontanea: la cultura pop è ancora di tutti?
Per provare - e sottolineiamo provare - ad acquistare un biglietto per i concerti romani dei fratelli Gallagher, la passione da sola non basta più: serve la fortuna di un giocatore della lotteria e dei risparmi da parte. Gli organizzatori hanno infatti tolto la tradizionale vendita libera, preferendo una registrazione preventiva chiusa qualche giorno fa. Gli utenti hanno dovuto compilare moduli, indicare preferenze e rispondere a domande sulla discografia del gruppo, solo per sperare di essere estratti a sorte e ricevere un codice univoco via mail. Un codice personale, non cedibile, che dà diritto ad accedere a finestre di acquisto scaglionate su tre giornate su Ticketmaster, senza assicurare però la certezza di trovare un posto disponibile.
Se la trafila digitale rappresenta già un primo filtro estenuante, il vero problema arriva quando si leggono le cifre. Per le date allo Stadio Olimpico, i posti a sedere partono da una base di 92,29 euro per i settori più lontani e salgono progressivamente a 166,12 euro, 184,58 euro, 221,49 euro, fino a raggiungere i 276,86 euro per le poltrone migliori. Chi desidera vivere il concerto in piedi nel prato, da sempre lo spazio vitale del rock, deve sborsare ben 221,49 euro o 276,86 euro a seconda della zona. A queste opzioni si aggiungono le formule VIP, che spaziano dai 437,36 euro ai 490,86 euro, fino ai 651,36 euro della Pre-Show Fan Experience, senza contare i pacchetti comprensivi di soggiorno in hotel venduti a coppie per 499 euro a persona.
Si tratta di somme di denaro altissime, soprattutto se confrontate con la storia di una band che ha costruito la propria leggenda cantando il riscatto sociale dei ragazzi di periferia. E chissà a quanto potrebbero essere rivenduti con il secondary ticketing. Già comunque il livello di partenza rimane inavvicinabile per la maggior parte dei lavoratori precari o delle famiglie che vorrebbero condividere l'evento con i figli.
Per capire quanto la situazione sia cambiata negli ultimi anni, è sufficiente guardare i dati e fare qualche confronto con il passato pre-pandemia. Non si tratta di una sensazione nostalgica, ma di una tendenza economica documentata. Nel nostro Paese la spesa per i concerti ha superato il miliardo di euro all'anno, segnando record storici di incassi. Eppure, le medie statistiche ufficiali fornite dagli osservatori di settore, che stimano la spesa media per spettatore tra i 34 e i 46 euro considerando anche i piccoli festival di provincia o le rassegne locali, non fotografano affatto la realtà dei grandi eventi negli stadi e nei palazzetti.
Prendiamo il costo del parterre in piedi, il tradizionale settore popolare:
A livello mondiale lo scenario è ancora più estremo. Negli ultimi 30 anni, secondo le rilevazioni internazionali di Pollstar, il costo medio per assistere a uno dei cento tour più importanti del pianeta è passato dai circa 26 dollari della metà degli anni Novanta a oltre 135 dollari nel 2024, con gli show negli stadi che viaggiano ormai su una media superiore ai 216 dollari a ingresso.
Tour mondiali come il Cowboy Carter Tour di Beyoncé hanno fatto registrare medie di 255 dollari a biglietto, seguiti proprio dal tour 2025 degli Oasis con 182 dollari medi e dai Coldplay a 129 dollari.
L'aumento vertiginoso delle tariffe trova spiegazioni concrete sul piano industriale. I costi vivi per mettere in piedi una produzione del genere sono esplosi dopo la pandemia: trasporti, carburante, noleggio degli impianti, materiali per i palchi, sistemi di sicurezza e compensi per il personale tecnico altamente specializzato pesano sul bilancio finale molto più che in passato. A questo si aggiunge la rivoluzione dello streaming digitale, che ha ridotto drasticamente i guadagni che arrivano dalla vendita dei supporti fisici, trasformando i concerti dal vivo nella voce d'entrata principale per gli artisti e per le loro case discografiche. Su un comune biglietto da 60 euro, tolto il 10% di Iva per lo Stato e un altro 10% alla SIAE per i diritti d'autore, il restante 80% serve a coprire i costi vivi del promoter e il compenso dell'artista, che a sua volta deve stipendiare decine di collaboratori.
Tuttavia, queste motivazioni tecniche spiegano la struttura dei costi ma non cancellano l'effetto sociale del fenomeno: l'esclusione di classe. Quando per assistere a due ore - o forse anche meno - di musica una coppia deve investire metà del proprio stipendio mensile - aggiungendo al biglietto le spese per i treni, la benzina, il pernottamento e il cibo - la musica smette di essere un bene condiviso. Il pubblico si divide tra una minoranza di superfan disposta a qualunque indebitamento economico e persone benestanti che acquistano pacchetti esclusivi per vivere un'esperienza mondana da condividere sui social.
L'attenzione quasi ossessiva verso i mega-eventi negli stadi e nelle grandi aree all'aperto crea un imbuto che penalizza gli artisti emergenti e i club storici, in cui la musica indipendente dovrebbe nascere e crescere. Centinaia di piccoli locali e spazi di ritrovo chiudono i battenti ogni anno soffocati dai costi, mentre il pubblico riserva ogni risparmio per l'evento dell'anno. E questo non fa bene alla musica.