Un artista dovrebbe limitarsi davvero a cantare, recitare e suonare? Oppure, quando si hanno milioni di persone davanti, un microfono che è un megafono e una visibilità senza pari, è il caso di usare quel momento speciale per preoccuparsi anche di ciò che succede nel mondo?
Una domanda che resta un dibattito ciclico, questa, e alla quale in molti potrebbero dare risposte diverse. Certo è che il pubblico si mostra spesso curioso: agli spettatori non bastano sempre il talento o la bravura. Vogliamo sapere da che parte sta un artista, quanto questo ci appoggi o ci rappresenti, cosa pensa, cosa firma o con chi lavora.
Se poi un cantante usa il microfono per qualcosa che non è musica, la reazione non resta mai del tutto neutra ed è facile che si creino spunti di riflessione, dibattiti, scontri.
Il caso Macklemore-Ed Sheeran ben lo dimostra.
Per chi ancora non lo sapesse, il rapper Macklemore è stato escluso dalle date restanti del "Loop Tour" di Ed Sheeran dopo aver detto “Free Palestine” dal palco del MetLife Stadium, nel New Jersey, il 4 settembre.
Il promoter ha spiegato che alcuni stadi avevano comunicato che avrebbero cancellato le date se il rapper fosse rimasto in cartellone.
Sheeran, dal suo canto, criticato su ogni fronte dopo la dichiarata esclusione del rapper, ha fatto un lungo post su Instagram dove ha spiegato che la decisione era del promoter e non sua. In seguito si è generata una sorta di effetto domino che ha continuato a far discutere: Finneas, Lukas Graham, Aaron Rowe e i Beoga hanno lasciato il tour per solidarietà a Macklemore e alla causa palestinese.
Poi c'è stato l'attacco frontale di Roger Waters. Il cofondatore dei Pink Floyd, da sempre vicino al popolo palestinese, si è scagliato contro il cantautore britannico e lo ha fatto dicendo che al mondo esistono due tipi di persone: c'è chi fa la cosa giusta e chi fa quella sbagliata.
Ma allora è proprio così? Ce l'abbiamo davvero con chi non si schiera e preferiamo chi invece prende posizione?
Si può dare uno sguardo ai dati per farci un'idea. Un sondaggio YouGov dell'agosto 2024, su oltre mille adulti americani, chiedeva se i personaggi famosi fossero in grado di far cambiare idee politiche agli spettatori.
Ebbene, solo l'11% ha detto di aver cambiato vedute su un tema politico grazie a una celebrità. Il 51%, invece, ha ammesso di aver pensato soltanto peggio di un artista dopo una sua dichiarazione politica.
E quando è stato chiesto se parlare di politica aiuti a livello di carriera, il 32% ha risposto di ritenere che no, in realtà danneggia la reputazione. Solo il 10% ha ritenuto che migliorasse la carriera.
Poi c'è anche il fattore età del pubblico, che ha il suo valore. Secondo Morning Consult, il 63% della Gen Z si interessa attivamente alle opinioni politiche delle celebrità. Tra i boomer, invece, la percentuale crolla drasticamente al 20%.
E poi, c’è da considerare la severità stessa della Gen Z, molto attiva sui social. Il 46% dei giovani adulti di questa generazione ha già tolto il segui agli account a un artista nella vita per via della sua posizione politica. Tra tutti gli intervistati, invece, lo ha fatto solo uno su quattro. Insomma, sono i giovani quelli che perdonano meno.
Generalizzare e affermare che chi si schiera è più amato o più seguito di chi non lo fa sarebbe dunque un azzardo. A fare la differenza è la posizione dello spettatore confrontata con quella di chi si espone.
In un altro sondaggio utile, mandato avanti in questo caso dal giornale americano POLITICO, pubblicato a luglio 2026, agli intervistati è stato domandato cosa penserebbero di una star che prende posizione ideologica-politica.
Chi ha votato per Kamala Harris apprezzerebbe una star che critica Donald Trump: quasi il 70%. Chi ha votato Trump, invece, gradirebbe una celebrity che lo difende: quasi il 60%.
Quindi stiamo parlando dello stesso identico gesto che potrebbe piacere o dar fastidio a seconda di chi lo guarda.
Forse la vera risposta alla domanda è che si, preferiamo quelli che si schierano, ma solo se lo fanno dalla parte che sosteniamo noi. Quando dicono quello che pensiamo o si battono per una causa che abbiamo a cuore anche noi, c’è innegabilmente del sostegno in più. Quello che importa davvero è il tema e la sua gravità.
Sembra una banalità, ma pesa parecchio sulla differenza.
Sheeran ha comunque voluto spiegare perché non ha intenzione di prendere posizione.
in un post su Instagram:
“C'è un motivo se non uso la mia piattaforma professionale per la politica: il mio pubblico è fatto anche di ragazzi, spesso bambini. Chi viene ai miei concerti non si aspetta un forum politico”, ha scritto, precisando di essere “sconvolto” dal conflitto e di non essere “complice”:
“Il fatto che scelga di non parlarne pubblicamente non significa che non abbia idee, né che non mi importi”.
Tutta questa esitazione, però, sicuramente non lo ha protetto.
A non aiutarlo, effettivamente, è stata sicuramente l’affermazione di parità:
"La sofferenza e il dolore causati da entrambe le parti sono una tragedia umana. Ci sono troppe guerre in tutto il mondo che causano un dolore incommensurabile, e nessuna di queste dovrebbe essere tollerata.“
L’artista ha dichiarato che preferisce esprimersi in altre sedi:
“ non significa nemmeno che non sostenga delle cause a modo mio, in privato.”
I musicisti di apertura, dopo il suo messaggio, hanno lasciato il tour insieme alla band che lo accompagnava. La campagna palestinese per il boicottaggio culturale PACBI ha richiesto a gran voce che le date vengano annullate.
Roger Waters, in un video pubblicato sui social, dopo le dichiarazioni di Sheeran lo ha attaccato direttamente:
“Al mondo ci sono due tipi di persone: quelle che fanno la cosa giusta, come il rapper Macklemore, e poi ci sono gli str**zi che fanno la cosa sbagliata”.
Fuori dal palco, nel frattempo, le cose continuano a muoversi per Macklemore. Il 16 settembre ha dichiarato che donerà a organizzazioni che aiutano i palestinesi tutto il milione di dollari guadagnato come opening act del tour di Sheeran, e ha sfidato pubblicamente a fare lo stesso Robert Kraft, il proprietario del Gillette Stadium.
E non è la prima volta che assistiamo ad azioni tanto concrete da parte sua: già i proventi di "Hind's Hall" erano stati destinati all'UNRWA, l'agenzia ONU per i rifugiati palestinesi.
Insomma, quando si riempiono gli stadi e si ha una visibilità così grande, esiste ancora la possibilità di non schierarsi? C'è chi pensa che scegliere consapevolmente di non usare come megafono una piattaforma di ascolti così ampia, o non agire nel concreto, sia comunque già una forma di scelta.