05 Oct, 2026 - 08:25

Un mondo senza semi: chi ha deciso che non ci servono più?

Un mondo senza semi: chi ha deciso che non ci servono più?

Come sarebbe un mondo senza semi? 
Sarebbe un mondo senza cibo. Un mondo in cui chi possiede i semi detiene anche il potere di decidere cosa e come il resto del mondo deve mangiare. 

Detta così, sembra l’inizio di un romanzo distopico. Una previsione apocalittica. Non è questo il caso, anche se in realtà è qualcosa di molto più vicino alla realtà di quanto potremmo immaginare.

Senza neanche accorgercene, infatti, ci stiamo già abituando ad un mondo senza semi. Le varietà di frutta e verdura “seedless” sono una realtà ormai familiare alla maggior parte di noi.

A chi non è capitato almeno una volta negli ultimi tempi di acquistare al supermercato o al banco al mercato un’anguria, dell’uva o dei pomodori senza semi? 

Perché no? Sono comodi, pratici e moderni. Ma ci siamo mai chiesti che fine abbiano fatto quei semi? 

Quei semi sono stati tolti – in alcuni casi – dall’intervento umano per creare cultivar che rispondano al desiderio di praticità e comodità del consumatore moderno. Il seme, tuttavia, non è solo qualcosa che troviamo dentro al frutto, è anche la possibilità di riprodurre e selezionare una pianta.

Una possibilità a cui stiamo rinunciando per la comodità. 

Frutta seedless: il seme che non possiamo più piantare

A nessuno di noi verrebbe in mente di piantare il seme di un’anguria in un vaso sul terrazzo di casa, ma in ogni caso se volessimo farlo comunque non potremmo, perché la maggior parte delle angurie che acquistiamo al supermercato, o sono prive di semi o quelli che hanno sono sterili.

E’ quello che accade da tempo agli agricoltori.

La maggior parte delle sementi sono già proprietà di poche grandi multinazionali che ne detengono i brevetti e che dettano le regole alle aziende agricole. Questa, però, è un’altra storia, che tuttavia si collega  comunque alla questione della frutta senza semi.

Una questione che abbiamo approfondito con Piergiorgio Ceccarelli, agronomo e curatore di un blog e di un canale su youtube “Natura e Bellezza”, dove tratta temi legati alle coltivazioni biologiche e alla tutela dei cosiddetti semi antichi. 

Ceccarelli ci ha spiegato innanzitutto cosa si intende quando si parla di frutta senza semi. Nello specifico, la frutta e la verdura senza semi non sono sempre il prodotto di un'azione umana, a volte derivano da mutazioni genetiche naturali come nel caso, ad esempio, dell'uva sultanina. 

Le angurie o l'uva da tavola senza semi, invece, sono prodotti dell'intervento umano che può consistere in una manipolazione del DNA della pianta.

Prima di entrare nel dettaglio, però, è bene chiarire che la frutta senza semi è perfettamente sicura: non esiste alcun elemento noto che possa far pensare a un rischio per la salute umana.

Ma come avviene, in sostanza, questo processo di "eliminazione dei semi"? 
Lo spiega lo stesso Ceccarelli:

“Nel momento in cui le cellule si moltiplicano - facendo dei trattamenti chimici con dei prodotti di laboratorio - si riesce ad inibire la divisione dei cromosomi e quindi si hanno piante che hanno il doppio dei cromosomi.  Questo fa sì che quando verrà impollinata da una pianta naturale, si creerà un frutto che avrà tre coppie di cromosomi invece di averne due. L'impollinazione darà frutti che hanno tre cromosomi. Questi frutti sono senza semi o con piccoli semi. Quelli che troviamo nelle angurie sul mercato.”

Chi lo ha deciso? Non è un complotto, è il mercato

E’ in atto un complotto per privarci della nostra sovranità alimentare? 

No, non ci sono gli elementi per affermarlo. L’impressione è che si risponda ad una logica di mercato. La frutta senza semi è più richiesta, risponde meglio alle esigenze di comodità chieste dal consumatore moderno e di conseguenza l’offerta viene indirizzata verso tali prodotti, a discapito di altri e soprattutto a discapito della biodiversità. 

L’interrogativo iniziale, tuttavia, non cambia: in nome della comodità stiamo consegnando nelle mani di pochi il potere di decidere cosa mangeremo oggi e in futuro? A quale prezzo?

“Per questa comodità stiamo rinunciando a molte cose. Innanzitutto un valore nutrizionale, ad esempio i semi dell'uva sono ricchi di antiossidanti e di polifenoli. Ma perdiamo soprattutto la possibilità di avere una riproduzione autonoma. Ci sono molte varietà senza semi che vengono brevettate proprio come vegetali, quindi io come agricoltore non posso riprodurlo. Devo acquistare per forza questa piantina, e devo rispettare delle quote di produzione, conferire i raccolti in canali commerciali già autorizzati, pagare addirittura poi delle royalties annuali.  Quindi divento dipendente di un sistema che mi dà la piantina”.

Spiega Ceccarelli.

Non si tratta di un piano deliberato, ma di un effetto collaterale di come funziona oggi il mercato agricolo.

“Più questa commercializzazione di frutta senza semi prende piede, più non ci sarà la biodiversità della frutta e il controllo della stessa. Si perde l'autonomia di avere dei semi propri e diventare dipendenti delle multinazionali. Il problema già c'è”.

Denuncia l'agronomo.

Chi brevetta un seme, brevetta il futuro 

Un seme che scompare dal frutto, infatti, non lascia solo un vuoto, ma dà vita ad una varietà nuova che qualcuno ha sviluppato, brevettato e che quindi può controllare.

E' la questione che abbiamo anticipato all'inizio, quella dei brevetti sulle sementi, che come dicevamo è collegato anche alla diffusione delle varietà agricole seedless.

L’allarme è stato lanciato da numerose associazioni e da piccoli agricoltori che stanno dando vita in tutto il mondo ad movimento per la raccolta, tutela e salvaguardia dei semi antichi.

“I semi antichi sono quelle varietà che si sono tramandate nel tempo di ortaggi piuttosto che frutta che riescono a mantenere dalla pianta. Quindi raccogliendo il frutto, prendendo i semi, essiccandoli e rimettendo di nuovo quei semi, nascerà una piantina che darà fedelmente lo stesso frutto della pianta madre.”

Spiega ancora l'esperto che poi aggiunge:

“Queste sono piante che vengono tramandate da generazioni. Ci sono molti canali, soprattutto social, dove si scambiano questi semi. La mia paura è che, finiti i cosiddetti agricoltori vecchi o anziani, si possono pian piano perdere queste varietà autoctone o queste varietà particolari. Però è anche vero che c'è un ritorno di questo trend e quindi molti giovani si stanno di nuovo rigettando nel piccolo orto, o nello spazio verde. Quindi forse qualche speranza ce l'abbiamo ancora.”

La sovranità che si perde un seme alla volta 

La FAO ha riconosciuto agli agricoltori un ruolo fondamentale nella conservazione, selezione, riproduzione e scambio delle risorse genetiche agricole, ovvero i semi.

Per l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura, i semi sono, infatti, fondamentali per l'adattamento e la sicurezza alimentare.  

La domanda, allora, diventa concreta: se rinunciamo alla possibilità di riprodurre frutta e verdura, di scambiare e conservare autonomamente i semi, perdiamo anche una parte della nostra sovranità alimentare?

Per Piergiorgio Ceccarelli questo processo sarebbe già in atto:

“Non è che si deve presentare, è un problema che è già presente sul mercato e non potrà fare altro che aumentare se la popolazione stessa non riesce a capire che questa comodità rende schiavi gli agricoltori e rende schiava la persona stessa, perché sul mercato prima o poi non troveranno più diverse varietà, ad esempio, di pomodori. Una cosa invece molto positiva è risviluppare i semi antichi, perché se andiamo avanti così saremo schiavi delle multinazionali e dovremo sottostare a loro e questa è una cosa assolutamente negativa.”

E sì, perché sovranità alimentare non significa soltanto avere abbastanza cibo.

Significa anche avere la capacità di decidere cosa coltivare, quali risorse genetiche conservare e come produrre il proprio cibo.

 

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