Al giorno d’oggi siamo continuamente bombardati da notizie, immagini e video strazianti che raccontano le atrocità che accadono nel mondo, specialmente dove c’è una guerra. E dopo tutto quello che abbiamo visto negli ultimi anni sul conflitto in Palestina, qualcuno si è chiesto: serviva davvero un film per capire che a Gaza è (ancora) in atto un genocidio?
Probabilmente la risposta d’istinto a questa domanda sarebbe no. Ma forse ormai siamo troppo abituati a vedere scenari drammatici, al punto che la nostra umanità è in parte anestetizzata. E allora opere come Naza, il documentario diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, diventano un atto di coscienza necessario.
Il film è stato presentato in anteprima mondiale alla 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia 2026, ottenendo una standing ovation di ben 25 minuti e il Premio Speciale della Giuria.
Il progetto dei due registi israeliani offre un punto di vista diverso rispetto ad altre narrazioni sul conflitto israelo-palestinese: quello dei carnefici. Mentre film come Palestine 36 - Quando tutto ebbe inizio, scritto e diretto dalla regista palestinese Anne-Marie Jasir, ripercorrono la storia, affondando nelle radici politiche, sociali e culturali della guerra, Naza è un reportage con interviste, documenti e testimonianze di chi ha partecipato alla distruzione di massa di un popolo.
In questi giorni, vista l’enorme accoglienza da parte del pubblico, il film, uscito il 28 settembre 2026, si trova ancora in programmazione nelle principali sale cinematografiche italiane e ha acceso un dibattito, dividendo l’opinione pubblica.
Naza è molto più di un semplice documentario. Rappresenta la fatica di anni di lavoro passati a raccogliere materiali, testimonianze e interviste che alla fine hanno dato vita a un’inchiesta sulla guerra tra Israele e Palestina.
I due registi israeliani, Yuval Abraham e Rachel Szor (premi Oscar per No Other Land, il loro film d’esordio alla regia), hanno girato il progetto in gran segreto, di notte, sui tetti di Tel Aviv.
Nel documentario sono state raccolte 24 testimonianze di soldati dell’Idf e di agenti dell’intelligence israeliana, le cui identità sono protette dall’anonimato. Questi uomini e queste donne sono direttamente coinvolti negli attacchi che Israele ha sferrato a Gaza nel corso degli ultimi anni.
Tra loro c’è chi si dice pentito delle atrocità compiute, chi - per pulirsi la coscienza - dice che ha solo eseguito degli ordini, chi ribadisce che, seppure si fosse opposto, il compito sarebbe stato svolto comunque da qualcun altro. E poi c’è anche chi resta irremovibile, convinto del fatto di non aver preso parte a un genocidio, solo perché non ha premuto il grilletto, ma nel frattempo ha progettato gli algoritmi che hanno permesso agli altri di sparare.
Con una calma a dir poco inquietante, i testimoni intervistati in controluce per restare nell’anonimato, procedono a illustrare le atrocità della guerra, spiegando dettagliatamente il funzionamento della macchina bellica israeliana dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023.
Nel documentario gli intervistati spiegano i retroscena del conflitto, raccontando come venivano pianificati gli attacchi contro Hamas, attraverso l’uso dei droni, degli algoritmi, dell’IA e di programmi ideati da loro stessi.
A morire, però, non erano solo gli uomini dell’organizzazione palestinese, anzi, erano per lo più le loro famiglie e altri innocenti, tra cui donne, anziani e bambini. Sono i cosiddetti “naza” (l’acronimo ebraico di nezek agavi), termine utilizzato dall’esercito israeliano per indicare i “danni collaterali” della lotta contro Hamas. Una parola che disumanizza le persone, rendendole solo un numero.
E durante il racconto i numeri salgono sempre di più. I soldati e gli esperti dell’intelligence parlano prima di decine, poi di centinaia, fino a migliaia di civili uccisi “erroneamente”, solo perché magari si trovavano nello stesso edificio dove viveva uno dei militanti di Hamas. Tutt'altro che un errore: si trattava di un rischio calcolato, come hanno ammesso alcuni testimoni stessi.
Non solo la guerra, con tutte le sue atrocità, ci rende meno umani, oggi anche la lingua è complice del processo di disumanizzazione della società: dietro “naza” si nasconde tutta una terminologia asettica che trasforma gli esseri umani in numeri, nelle variabili di un calcolo militare che porta alla morte.
Una delle riflessioni più importanti che Naza offre agli spettatori è senza dubbio quella dell’uso dell’intelligenza artificiale in guerra. La tecnologia, invece di essere usata per cercare di salvare il maggior numero possibile di vite nel conflitto, alla fine diventa uno strumento di distruzione di massa.
Gli intervistati spiegano che un algoritmo come “Where’s Daddy?” è in grado di scansionare migliaia e migliaia di chiamate e messaggi per individuare il momento esatto in cui un presunto obiettivo di Hamas rientra a casa dalla sua famiglia, per poi così dare l’ok al bombardamento.
Come aveva tristemente predetto Aristotele, la tecnologia (intesa come "tecnica"), da strumento nato per servire l’uomo, se usata per fini sbagliati, può diventare un veleno e causarne la distruzione. E ne abbiamo la riprova oggi: l’IA, i droni e gli algoritmi usati nella guerra israelo-palestinese, invece di fermare Hamas, sono stati i mezzi per compiere un genocidio, per distruggere l’intera popolazione di Gaza.
La tecnologia è stata lo strumento di cui le forze israeliane si sono avvalse per uccidere a distanza, senza nemmeno dover guardare negli occhi le proprie vittime. E lo conferma uno dei testimoni del documentario: “È meglio che sia l’intelligenza artificiale a scegliere, così non siamo responsabili”. La frase, oltre a rappresentare l’esempio perfetto di chi perennemente scarica le proprie responsabilità sugli altri, incarna il concetto di “banalità del male” della filosofa Hannah Arendt, secondo cui questi terribili crimini sarebbero commessi da persone che si nascondono dietro gli ordini, gli schermi, e non da mostri.
Dal 10 ottobre 2026, Naza sarà disponibile gratuitamente sul sito di The Guardian, il quotidiano che ha prodotto il documentario.