In una villa isolata nel gelido Vermont c'è una scrittrice immobile in un letto dopo un incidente d'auto. Nel suo ufficio è nascosto il breve capitolo autobiografico in cui confessa i suoi più oscuri segreti. Lei si chiama Verity, la protagonista che dà il nome al thriller con Anne Hathaway, tratto dal romanzo di Colleen Hoover.
Poi c'è un'altra casa, lontana nello spazio e nel tempo: a Fall River, nel 1892. Ci vive una giovane ragazza umiliata dalla matrigna, ignorata dal padre, con una serie di abusi psicologici da affrontare, sminuita e costretta ad attraversare tutto il dolore a cui si sottoponevano le donne del suo tempo. È Lizzie, protagonista di "Monster: The Lizzie Borden Story", la quarta stagione della famosa serie antologica Netflix prodotta da Ryan Murphy.
Entrambe sembrano così diverse, così lontane, eppure così vicine al nostro cuore, alle nostre paure e fragilità, nonché alle esperienze vissute (o evitate) dalle donne di tutti i giorni. Tutti e due i prodotti toccano il genere horror-thriller, i crimini e la moralità. Entrambe le opere ci disturbano, ci affliggono e ci creano un forte senso di disagio in diversi passaggi e tutto questo è voluto.
A che servono demoni, esperienze soprannaturali, omicidi inspiegabili e sparizioni, se basta raccontare storie verosimili tutte al femminile per farci tremare di paura, saltare dalla sedia, farci contorcere le viscere? Il corpo con il sangue, con i suoi cambiamenti e naturali percorsi. La gravidanza, la maternità, e pure brutalità come la violenza sessuale o l'infanticidio. Sono tutti elementi che bastano e che funzionano così bene quando si vuole far paura.
In "Monster" il sangue arriva certamente con gli omicidi a colpi d'ascia. Quello che però rende lo show ancor più curioso, è che in realtà arriva prima e con la cosa più naturale del mondo. Il sangue entra nella serie a gamba tesa con le mestruazioni: sono tanto abbondanti da sembrare emorragie, con Lizzie che prende gli schiaffi dalla matrigna e che vive in una casa isolata in cui non ha mai voce in capitolo. È una ragazza normalissima e in trappola, che poi diventerà folle.
Per spaventarci, insomma, non servono serial killer cannibali e necrofili che usano pelle umana per fabbricare suppellettili, come Jeffrey Dahmer o Ed Gein.
Ci basta quello che già esiste nell’ordinario o che agisce dentro di noi. Le mestruazioni, il parto e l'aborto, inoltre, pur non essendo violenze in sé, risultano materiale ottimo per rappresentare l'orrore sullo schermo, specie quando viene ignorato il dolore, o quando non conta il consenso e qualcun altro decide al tuo posto, mentre tocchiamo le soglie della depressione o della perdita totale di controllo su noi stessi.
Lo avremmo potuto notare già con esempi del 2024, a dire il vero, analizzando film come "Immaculate", "The First Omen" e "Apartment 7A". Lì ci sono gravidanze imposte, protagoniste isolate, istituzioni religiose o aziendali che trattano il corpo femminile come una proprietà. A dimostrazione del fatto che, in realtà, certi film funzionano bene perché attingono a paure molto reali.
E le paure non restano sullo schermo. Secondo le stime dell’OMS pubblicate nel 2025 (Organizzazione Mondiale della Sanità), quasi una donna su tre nel mondo ha subito violenza dal partner o violenza sessuale da altre persone. E anche il parto può essere vissuto come un’esperienza di sopraffazione: sempre l’OMS, in un aggiornamneto del 2025, richiama uno studio del 2019 condotto in quattro Paesi, in cui oltre il 40% delle donne osservate aveva subito abusi o discriminazioni durante il travaglio o il parto. Spesso quindi ad apparirci mostruoso è la possibilità di perdere il controllo del corpo femminile o di non essere ascoltate o protette.
L’infanticidio, invece, tema che compare a tinte fosche nel film "Verity", ci terrorizza perché rovescia completamente un’altra aspettativa rassicurante, quella della madre che protegge; non va però confuso con il disagio post-partum, che spesso nelle fiction viene molto mescolato a queste situazioni. I pensieri intrusivi indesiderati di nuocere al bambino, secondo le ricerche riassunte dal Massachusetts General Hospital, in realtà, non risultano associati a un maggiore rischio di fargli del male.
Si legge sulla pagina ufficiale del MGH Center for Women's Mental Health.
Il cinema, dal suo canto, cavalca l'onda del terrore e della fascinazione per la figura della "madre mostro" e può offrirne una visione esasperata e talvolta distorta, tanto da alimentare un immaginario di vicende vicine a quelle della cronaca nera, profondamente diverse, ma egualmente spaventose.
L'infanticidio è il tabù definitivo tra i più spaventosi affrontati sullo schermo. Il cinema lo sa, e così lo usa. Lo chiama spesso "follia" e generalizza, quando nella realtà la depressione post-partum e la psicosi post-partum sono condizioni diverse e di disagio per la donna, e nessuna delle due è detto che sia sinonimo certo di violenza.
Queste storie ci colpiscono sempre così tanto perché portano all'estremo contraddizioni ed esperienze che conosciamo bene e che a volte preferiamo non vedere o non vivere sulla nostra pelle. Mentre cresce il ventre, ci si aspetta che le ambizioni delle donne si riducano. Alle donne viene chiesto di proteggere, di essere pazienti e gentili, di essere composte. Se si arrabbiano, diventano subito un problema, come ci dice in "Monster" l'Aileen Wuornos di Sarah Paulson, dichiarando "Non ci è permesso reagire come dovremmo, perché dobbiamo restare delle signore!".
L'horror prende questi spunti, i silenzi, e li esaspera, li fa sfociare nel sangue e nel farlo è brutale, anche se induce alla riflessione e spesso rende tutto più visibile. Talvolta, quindi, in queste opere c'è una buona dose di denuncia sociale, talvolta il sangue o gli omicidi sono riportati come mera spettacolarizzazione.
E si può raccontare la donna come un mostro oppure si può mostrare cosa rende spaventosa la sua esperienza. Può essere la casa che non è la sua, il corpo che non sente appartenerle o un ruolo che non può rifiutare.
Quindi sì, l'horror ci fa avere paura delle donne ma, forse, ci fa avere ancor più paura di cosa succede alle donne.