07 Oct, 2026 - 16:40

Dietro le sbarre: le conseguenze di un sistema sotto pressione

Dietro le sbarre: le conseguenze di un sistema sotto pressione

Il sistema penitenziario italiano è sotto pressione. A fronte dei circa 46mila posti effettivamente disponibili, le persone detenute al 30 aprile 2026 erano 64mila, con un sovraffollamento reale del 139%. Un quadro a cui si aggiungono altre criticità, come quelle legate alla carenza di personale (31.667 gli agenti di polizia penitenziaria in servizio, sempre ad aprile, rispetto ai 34mila previsti, per un rapporto medio di 2,02 detenuti per agente). Cosa significa nel concreto? E quali sono le misure più urgenti per far fronte al problema? Tag24 Magazine ne ha parlato con Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio nazionale sulle condizioni di detenzione dell’Associazione Antigone, a partire dai dati del rapporto Tutto chiuso.

Il sovraffollamento non è solo una questione di spazio

Il sovraffollamento, osserva Scandurra, non riguarda solo il numero di persone che condividono gli stessi spazi. A incidere è la pressione che l'aumento della popolazione detenuta esercita su un sistema nel quale le risorse non crescono allo stesso ritmo. La polizia penitenziaria, ma anche il personale sanitario e le altre figure che lavorano negli istituti devono rispondere alle esigenze di un numero maggiore di persone.

Nelle 102 strutture visitate dall'Associazione nel 2025 il rapporto medio era di un educatore ogni 69 detenuti. "Ciò rende le cose complicate", sintetizza Scandurra. "Non solo le celle sono sovrappopolate, ma ci si trascorre anche più tempo: i detenuti sono di più ma le attività restano sempre le stesse". Diminuiscono, in pratica, le occasioni di trovare lavoro, studiare o intraprendere percorsi di formazione.

A risentirne è anche il clima generale. "Aumentano le tensioni, soprattutto nei periodi più caldi dell'anno", spiega Scandurra. "Si verificano più risse, più atti di autolesionismo. E anche il personale è più stanco, più nervoso, più stressato". Per non parlare dei problemi strutturali. "Più gli edifici sono affollati, più sono soggetti a usura, con l'aggravante che non si fa manutenzione, e quindi a un certo punto i penitenziari vanno chiusi e si perdono ulteriori posti". 

Salute mentale, autolesionismo e suicidi: la situazione

Altro tema è quello della salute mentale. I dati di Antigone si incrociano, in questo caso, con quelli del report presentato a settembre dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà (Gnpl), che ha registrato nei primi otto mesi del 2026 184 decessi, di cui 49 suicidi. Nello stesso periodo sono stati rilevati 1.430 tentativi di suicidio e 8.473 atti di autolesionismo, questi ultimi in media circa 40 al giorno. 

"Il confronto annuale è significativo ma non basta per leggere il fenomeno. Negli ultimi 4-5 anni ci sono stati più casi che negli ultimi 20", osserva Scandurra, sottolineando come il sistema si sia stabilizzato su una quota di suicidi più elevata rispetto al passato. Allo stesso tempo, riflette, l'aumento dei tentativi può indicare l'esistenza di più segnali di disagio che non necessariamente arrivano al gesto estremo. E che tuttavia non sono da sottovalutare.

Si è persa, secondo Scandurra, la capacità di intercettare i più fragili. "Le persone vanno conosciute da un punto di vista psicologico, sanitario. Se le conosci sei in grado di curarle e di intervenire su quello che serve" (basti pensare che 41 delle persone che si sono tolte la vita avevano già avuto eventi di autodanno intenzionale). Ma se i detenuti sono tanti, il ricambio frequente e il personale insufficiente, questo passaggio non è automatico.

Dei 49 suicidi registrati, 43 sono avvenuti in sezioni a custodia chiusa. A pesare, la riduzione delle attività e delle relazioni. Oltre alla difficoltà nel cogliere i segnali. "In un reparto in cui le persone escono, è più semplice accorgersi se qualcuno cambia comportamento: se una persona che prima si alzava comincia progressivamente a restare a letto, è un segnale d'allarme".

La distanza dalla funzione rieducativa del carcere

"Se siamo tutti chiusi tutto il giorno, tutti quanti stiamo a letto tutto il giorno - prosegue Scandurra - come ci accorgiamo se qualcosa non va?". L'intercettazione del disagio passa quindi anche dal modo in cui viene organizzata la vita negli istituti, uno degli aspetti su cui, secondo Scandurra, il sistema dovrebbe investire maggiormente.

I dati raccolti da Antigone mostrano una partecipazione ancora limitata. Nel 2025, nelle strutture prese in esame, il 27,7% delle persone detenute frequentava un corso scolastico, il 9,8% partecipava a un percorso di formazione professionale e appena il 3,8% lavorava per un datore di lavoro esterno all'amministrazione penitenziaria. 

La situazione cambia molto da una struttura all'altra. "Ci sono istituti dove si lavora molto e molti dove si lavora poco. Ci sono territori dove c'è capacità di coinvolgere il mondo esterno e territori dove ce n'è meno". A fare la differenza possono essere associazioni, comunità, imprese, enti. E poi le persone, i singoli direttori. 

Il punto è che "la ruota è già stata inventata", le esperienze positive esistono. Bisognerebbe renderle strutturali. Al momento, la distanza tra quello che il carcere dovrebbe essere - e dovrebbe garantire - e quello che è e che garantisce è ampia. "Se il sistema penitenziario vuole essere un sistema che produce reinserimento, non ne produce. Se vuole garantire dignità non la garantisce".

E ancora: "Se vuole essere un sistema che cura le persone, restituendole alla libertà un po' più preparate ad affrontarla, è molto lontano dal farlo (con una recidiva stratosferica, che diventa l'insicurezza di tutti noi)". Il paradosso, alla fine, conclude Scandurra, è che "una persona venga detenuta in condizioni che a loro volta possono violare la legge". In sintesi, che "la punizione per l'illegalità sia l'illegalità". 

 

-Immagine modificata con l’ausilio dell’intelligenza artificiale.-

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