08 Oct, 2026 - 15:32

Il data center che ha messo d'accordo destra e sinistra

Il data center che ha messo d'accordo destra e sinistra

Quante volte ci lamentiamo della litigiosità della politica italiana e della sua poca attitudine a vedere più lontano della scadenza elettorale più prossima?

Ebbene, c'è un'eccezione che ci fa ben sperare: l’Italia è in corsa per ospitare una delle AI Gigafactory previste dall’Unione europea con un consenso pressoché bipartisan.

Da cosa è scaturito, in particolare, il miracolo? Una gigafactory è una grande infrastruttura di supercalcolo destinata ad addestrare e far evolvere modelli di Intelligenza artificiale. 

Il progetto, ancora in fase di candidatura, prevede un consorzio tra grandi imprese pubbliche e private, con un investimento iniziale indicato in 1,2 miliardi di euro e l’obiettivo di avere una struttura operativa entro il 2028.

Perché si è deciso di costruire una Gigafactory in Italia 

La decisione, condivisa sia dal centrodestra che dal centrosinistra, di puntare su una Gigafactory nasce da una constatazione strategica: l’Europa rischia di dipendere troppo da Stati Uniti e Cina per la capacità di calcolo necessaria allo sviluppo dell’Intelligenza artificiale. 

Come dire: dobbiamo imparare a camminare da soli.

La Commissione europea, quindi, ha lanciato un bando per realizzare fino a sette AI Gigafactory in tutto il continente, con l’obiettivo di offrire a imprese, start-up, università e pubbliche amministrazioni infrastrutture per l’addestramento, l’inferenza e il perfezionamento di modelli avanzati. 

Per l’Italia, la sfida non riguarda soltanto la ricerca in sé: una Gigafactory sarebbe un volano per l’industria, la sanità, la difesa (qualcosa abbiamo imparato negli ultimi anni con l'invasione della Russia in Ucraina), l’energia, la logistica e la pubblica amministrazione.

Potrebbe infatti consentire alle aziende italiane di sviluppare servizi e prodotti basati sull’IA senza dover trasferire dati e capacità computazionali interamente fuori dall’Unione europea. 

Il governo ha avviato la preparazione della candidatura italiana affidandone la regia a Paolo Mantovano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio braccio destro e sinistro di Giorgia Meloni per i dossier più importanti. 

Ma dove dovrebbe sorgere la Gigafactory italiana? Ancora non si sa con precisione. Il piano, finora, prevede una struttura distribuita su più territori, anziché concentrata in un’unica sede. E tra le aree candidate c'è Genova.

La candidatura della città amministrata dal Campo largo a trazione Salis (Silvia) è sostenuta anche dal sottosegretario Alfredo Butti. E questo per la presenza di un ecosistema tecnologico e di ricerca ritenuto già competitivo. 

Sul piano finanziario, le prime indicazioni parlano di una fase 1 da 1,2 miliardi di euro, articolata in 200 milioni dal Ministero dell’economia e delle finanze, 200 milioni dall’Unione europea e 800 milioni da capitali privati. 

Il bando europeo prevede inoltre, per il modello “large”, un finanziamento iniziale di 200 milioni di euro e una successiva tranche fino a 800 milioni.

Le grandi aziende italiane già coinvolte nel percorso sono Eni, Enel, Leonardo, Saipem, Snam, Terna, Fibercop e Cdp, con possibili aperture anche a Poste Italiane e Tim. 

L’obiettivo dichiarato è costituire un consorzio capace di presentare a Bruxelles un dossier solido entro il 3 dicembre.

Centrodestra e centrosinistra per una volta d’accordo per mettere l’Italia all’avanguardia sull’Intelligenza artificiale

Come accennato, sulla Gigafactory, governo e opposizione sembrano aver trovato un terreno condiviso: la convinzione che l’Italia debba agire unitariamente, facendo pesare il suo tanto sospirato “sistema Paese” per non restare indietro nella competizione globale sull’Intelligenza artificiale, è condivisa. 

Così, il capogruppo del Pd al Senato Francesco Boccia ha avuto modo di dichiarare al Corriere della Sera queste parole:

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“Sulle grandi infrastrutture tecnologiche che determineranno la posizione dell'Italia e dell'Europa nei prossimi decenni, bisogna essere capaci di riconoscere un interesse nazionale che attraversa maggioranze, opposizioni e legislature. La candidatura italiana a una delle AI Gigafactory europee è uno di questi obiettivi strategici e se il progetto sarà forte e nell'interesse del Paese va sostenuto

Boccia, sul modello di governance, ha lanciato l’idea di un polo strategico italiano dell’Intelligenza artificiale a controllo pubblico, capace di collegare la futura AI Gigafactory a un eventuale “Cern europeo dell’IA” dedicato alla ricerca di frontiera.

La proposta non contesta la candidatura governativa, ma chiede che il progetto non si limiti alla costruzione di un'infrastruttura: dovrebbe diventare anche un presidio pubblico per ricerca, competenze e sovranità tecnologica. 

Dal canto suo, l’esecutivo conferma di essere impegnato nell’elaborazione della proposta italiana.

Il sottosegretario Alfredo Butti ha sottolineato che la gara europea è aperta e che il Governo sta lavorando alla candidatura valorizzando sia le grandi imprese industriali sia gli ecosistemi territoriali, a partire da Genova e dalla Lombardia.

L’accordo di fondo, dunque, non elimina le differenze politiche: la maggioranza privilegia un modello fondato su un consorzio di grandi aziende e sulla capacità del Paese di attrarre investimenti privati; il centrosinistra insiste invece su un ruolo più forte dello Stato e su un polo pubblico che garantisca accessibilità, trasparenza e indirizzo strategico.

Fatto sta che entrambi gli schieramenti condividono l’obiettivo: portare in Italia una delle Gigafactory europee e costruire competenze industriali e scientifiche di alto livello. 

Cosa cambia per l'Italia

Se la candidatura italiana per avere una delle sette Gigafactory europee dovesse avere successo, l’impatto potrebbe essere rilevante.

Una Gigafactory non è una fabbrica tradizionale: è un complesso di data center, reti ad alta velocità, sistemi di raffreddamento, energia elettrica e capacità di supercalcolo pensato per elaborare enormi quantità di dati e addestrare modelli di IA sempre più complessi. 

Per le imprese italiane, significherebbe avere accesso a risorse computazionali oggi concentrate soprattutto negli Stati Uniti e in Cina.

Per università e start-up, offrirebbe la possibilità di sperimentare modelli avanzati senza dipendere esclusivamente da piattaforme straniere.

Per il settore pubblico, infine, potrebbe accelerare l’adozione dell’IA in ambiti come sanità, sicurezza, servizi ai cittadini e gestione delle infrastrutture.

Le incognite da risolvere

Restano tuttavia alcuni nodi da sciogliere: la selezione europea non è ancora avvenuta, i finanziamenti privati devono essere definiti e il progetto dovrà dimostrare sostenibilità energetica, capacità di attrarre talenti e un modello di governance credibile.

Last but not least: la Gigafactory dovrebbe essere "accettata" dai cittadini del territorio che andrebbe a ospitarla.

In ogni caso: la candidatura italiana, con l’alleanza tra imprese e il sostegno trasversale di governo e opposizione, rappresenta comunque un segnale di politica industriale importante: l’Italia vuole competere nella corsa europea all’Intelligenza artificiale, non limitarsi a subirne gli effetti.

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