03 Oct, 2026 - 15:32

Dalla fiction su Lidia Poët a oggi: cosa racconta davvero il gender pay gap

Dalla fiction su Lidia Poët a oggi: cosa racconta davvero il gender pay gap

L’11 novembre 1883 la Corte d’Appello di Torino cancellò Lidia Poët dall’Albo degli Avvocati con una motivazione chiarissima: fare l'avvocato era un mestiere riservato solo agli uomini e le donne non dovevano entrarci. Qualcosa che oggi sembra lontano anni luce, ma a pensarci bene stiamo parlando di meno di 150 anni fa.

L'arrivo su Rai 1 della serie con Matilda De Angelis "La Legge di Lidia Poët", dopo il grande successo su Netflix che l'ha portata ad arrivare alla terza stagione, non è solo una bella storia in costume. È l'occasione per parlare di un problema ancora attuale: la distanza tra i diritti scritti sulla carta e le difficoltà economiche che le donne incontrano ogni giorno sul lavoro. La storia della prima avvocata d'Italia diventa così il punto di partenza ideale per capire come funziona davvero la differenza di guadagno tra uomini e donne nel 2026. Il cosiddetto gender pay gap, come dicono quelli bravi.

Dalla toga negata alla fiction: il paradosso di Lidia Poët

Nata a Perrero nel 1855 in una famiglia valdese della Val Germanasca, Lidia Poët si laurea in Giurisprudenza a Torino nel 1881 con una tesi sui diritti e il voto alle donne. Dopo due anni di pratica nello studio del senatore Cesare Bertea e un esame superato a pieni voti (45 su 50), l’Ordine degli Avvocati approva la sua iscrizione. La reazione delle istituzioni però non si fa attendere.

Come mettono in luce gli studiosi Roberto Isibor e Bojan Spaić, i magistrati dell'epoca mettono in piedi una difesa fatta di pregiudizi mascherati da regole formali. Da una parte tirano in ballo la grammatica, sostenendo che l’uso del maschile nei testi di legge escluda le donne in partenza. Dall’altra considerano l’avvocatura un ufficio pubblico, all'epoca vietato per statuto al sesso femminile. A questi cavilli giuridici si aggiungono motivazioni assurde legate al corpo e all'emotività: secondo i giudici il ciclo mestruale toglierebbe lucidità, mentre vestiti e acconciature da donna stonerebbero con la severità della toga.

La Cassazione conferma la decisione e per Lidia Poët si chiudono le porte delle aule: può solo fare l'assistente nell'ombra per lo studio del fratello Giovanni Enrico. Studia le carte, prepara le strategie difensive e riceve i clienti, ma senza poter firmare un atto o parlare davanti al giudice. È proprio il paradosso raccontato dalla serie tv: una professionista costretta a muoversi nell'ombra e a farsi da parte per lasciare la firma agli uomini di casa. L’iscrizione ufficiale all’Albo arriva solo nel 1920, quando Lidia ha già 65 anni, grazie alla legge che abolisce l’autorizzazione del marito e dà finalmente il via libera alle donne nelle libere professioni.

Durante la presentazione della serie, la protagonista Matilda De Angelis ha spiegato che la storia racconta la ribellione contro gli ostacoli e i pregiudizi imposti alle donne. L'attrice ha anche chiarito di non amare le quote rosa usate solo come "contentino": per raggiungere una parità vera non bastano percentuali di facciata, ma serve spazio concreto al merito e alle competenze sul lavoro.

Oltre la presenza numerica: il problema del gender pay gap

A più di un secolo di distanza dall'iscrizione di Lidia Poët, i dati numerici sembrano - almeno in apparenza - raccontare una piena integrazione paritaria. Nelle aule dei tribunali italiani le professioniste rappresentano ormai circa la metà dell'avvocatura attiva (con percentuali che oscillano attorno al 48-50 per cento), mentre nella magistratura hanno superato il 55 per cento degli incarichi operativi, con nomine al vertice fino alla presidenza della Corte di Cassazione. Tuttavia, il dato quantitativo nasconde una disparità profonda nel rendimento economico e nella progressione di carriera.

Nella pratica la legge vieta di dare a una donna uno stipendio base più basso rispetto a quello di un uomo per la stessa identica mansione. La disparità economica non nasce quindi dal contratto di partenza, ma da come funziona il mondo del lavoro nella realtà: gli uomini ottengono più promozioni e ruoli di comando, fanno più straordinari e hanno carriere continuative, mentre sulle donne pesa ancora la maggior parte della gestione della famiglia e dei figli, cosa che le spinge spesso ad accettare il part-time o a rinunciare agli scatti di carriera.

Cosa ci dicono i numeri sul fatto che i ruoli di comando restano agli uomini? I posti di vertice continuano a essere occupati soprattutto da uomini. Nei consigli di amministrazione e ai piani alti delle aziende le donne sono poche: appena due su dieci arrivano al ruolo di amministratore delegato e solo tre su dieci ricoprono incarichi da dirigente. Lo stesso succede nei grandi studi legali, in cui i soci che guidano l'attività e dividono i guadagni più alti sono quasi sempre maschi.

C'è poi disparità nei guadagni dei liberi professionisti: la differenza si nota chiaramente guardando i dati delle casse pensionistiche. In Italia un'avvocata guadagna in media il 40 per cento in meno rispetto a un collega uomo. Questo succede perché i clienti più ricchi, le grandi consulenze aziendali e le cause milionarie finiscono storicamente a professionisti uomini, favoriti da una rete di conoscenze consolidata nel tempo.

Da non sottovalutare il peso della famiglia: badare ai figli, gestire la casa e assistere i parenti anziani ricade ancora quasi del tutto sulle donne. E qui dovremmo aprire un altro infinito capitolo a parte, ma al momento meglio concentrarci su altro. Per questo motivo molte lavoratrici sono costrette a scegliere il part-time o a rinunciare a trasferte e straordinari, che sono proprio quelle che fanno salire lo stipendio. Inoltre, tantissime donne lasciano del tutto il lavoro dopo la nascita di un figlio, bloccando una carriera che era partita benissimo.

Dall'Ottocento a oggi: cosa è cambiato davvero

Il confronto tra la Torino del 1883 e il mondo di oggi mostra come gli ostacoli abbiano solo cambiato forma. All'epoca di Lidia Poët il divieto era scritto nero su bianco: una sentenza stabiliva che una donna doveva stare a casa e non poteva esercitare la professione. Oggi la legge permette a tutti di studiare e lavorare, ma il gender pay gap resiste a causa di abitudini e dinamiche sociali non scritte.

Le nuove norme europee sulla trasparenza degli stipendi cercano di correggere la rotta, obbligando le aziende a dimostrare che uomini e donne con le stesse mansioni ricevano la stessa paga. Tuttavia, senza asili nido accessibili, congedi parentali uguali per entrambi i genitori e criteri trasparenti per assegnare i progetti più pagati, si rischia di avere una parità solo sulla carta e non nei conti in banca.

Il successo della serie su Lidia Poët ricorda quanto questo tema sia ancora aperto. Nel 1881, nella sua tesi di laurea, la prima avvocata d'Italia spiegava che uomini e donne non devono farsi la guerra, ma collaborare con pari diritti. A distanza di oltre un secolo, il traguardo non è più ottenere il titolo di studio o il tesserino professionale, ma fare in modo che quel lavoro assicuri la stessa autonomia economica e le stesse possibilità di fare strada. Meta descrp: Il successo de "La Legge di Lidia Poët" riapre il dibattito: cosa racconta oggi il gender pay gap tra carriere e stipendi diversi.

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