La voglia di provare, sperimentare nuove sensazioni; per alcuni, il tentativo di colmare delle fragilità. I motivi che spingono ad avvicinarsi alle droghe restano gli stessi; a cambiare sono le sostanze disponibili e le modalità di consumo. Nel 2025, in Italia, gli accessi in pronto soccorso per condizioni direttamente droga-correlate sono stati 9.641, il 15% in più rispetto all’anno precedente. Novantadue, invece, le nuove sostanze psicoattive identificate dal sistema nazionale di allerta. Numeri che restituiscono la complessità di un fenomeno in costante evoluzione e che coinvolge sempre più giovani e giovanissimi. A spiegarlo a Tag Magazine è il dott. Claudio Leonardi, specializzato in Tossicologia clinica e Medicina delle Dipendenze e presidente della SIPaD (Società Italiana Patologie da Dipendenza).
Le sostanze, spiega il dott. Leonardi, vengono proposte sempre di più per gli effetti che promettono: maggiore allegria, disinibizione, sicurezza nei rapporti sociali. “Si vendono risultati”. Il problema è che, in questo mondo, chi acquista una pillola non sempre sa che cosa contenga realmente. “Spesso neanche gli stessi spacciatori lo sanno”, prosegue il presidente della SIPaD.
Tra le sostanze più diffuse e da tenere sotto osservazione Leonardi cita il fentanyl, i suoi derivati e i nitazeni, una classe di oppioidi sintetici estremamente potenti, sviluppati negli anni ‘50 ma mai approvati per uso medico a causa della loro elevata tossicità e dei gravi effetti collaterali. A preoccupare è anche la poliassunzione, cioè il consumo contemporaneo di più sostanze, spesso associate all’alcol.
“I ragazzi non consumano più una sola sostanza, ma anche tre o quattro contemporaneamente”, osserva Leonardi. C’è chi “comincia a fare il piccolo chimico su se stesso”, con l’obiettivo di modificare gli effetti delle sostanze o prolungarne la durata, cercando di gestire le sensazioni provate. Senza tenere conto delle interazioni imprevedibili e conseguenze per la salute.
Ci sono le sostanze, la poliassunzione. C’è il dato di un abbassamento dell’età del primo approccio alle sostanze. “È il grande problema di questo momento storico”, spiega Leonardi, secondo cui iniziare più precocemente ad avere a che fare con le droghe aumenta il rischio di sviluppare una dipendenza. “Non c’è un rapporto di causa-effetto, ma più si è giovani meno strumenti si hanno per affrontare il problema”, precisa.
Le motivazioni del consumo restano le stesse. “La voglia di provare cose nuove, di fare esperienze, di provare diverse possibilità di piacere e gratificazione sono gli scopi principali”, osserva Leonardi. “Poi entrano in gioco le vulnerabilità individuali, il momento che una persona sta attraversando: prendiamo come esempio un ragazzo che sia stato appena lasciato e che, per consolarsi, inizia a bere”.
“Con il passare del tempo, bere non gli servirà più a dimenticare la storia finita: dovrà farlo perché è costretto, perché il suo corpo glielo richiede”. Secondo Leonardi, ad anticipare il contatto con determinati ambienti è, in parte, la circolazione più rapida delle informazioni attraverso comunicazioni digitali e social. I ragazzi, sostiene, “sono esposti prima a stimoli che in passato incontravano più avanti nel percorso di crescita”.
Bisognerebbe intercettare il disagio. Innanzitutto nelle scuole. “Sarebbe importante, investire nella formazione degli insegnanti, affinché possano riconoscere i comportamenti a rischio prima che si aggravino”, spiega Leonardi. Accanto alla scuola, un ruolo centrale spetta, come sempre, alle famiglie. Molto spesso il problema è anche lo stigma sociale.
“Nei servizi per le dipendenze arrivano perlopiù giovani adulti: molte persone non riconoscono il proprio comportamento come problematico oppure faticano ad accettare l’idea di aver sviluppato una dipendenza”. I percorsi di cura, vengono percepiti da alcune famiglie “come destinati a persone con problemi diversi”, magari più gravi.
“Il figlio che prende le pillole non viene visto come un tossicodipendente". Di conseguenza, prosegue Leonardi, “al SerD non arriva”. Per provare a superare questa resistenza, alcuni servizi hanno avviato forme di accoglienza meno direttamente associate alla dipendenza, con l’obiettivo di creare occasioni di ascolto per i consumatori e le loro famiglie e accompagnarli gradualmente verso il riconoscimento del problema.
“A gravare è, ovviamente, la carenza di personale”, che limita la possibilità di seguire chi è già in carico e, contemporaneamente, svolgere attività di prevenzione. Una criticità che riguarda, secondo il medico, anche altri ambiti che si occupano di disagio mentale, come i centri di salute mentale e la neuropsichiatria infantile. In un panorama in cui i rischi viaggiano più veloci delle tutele, la sfida diventa quindi riuscire a essere presenti, affinché nessuno si ritrovi a gestire in solitudine un peso troppo grande.