Casa irraggiungibile, lavoro a scadenza, matrimoni rimandati, figli che non arrivano: cosa dicono i numeri sulla transizione all'età adulta in Italia, e chi ne paga il conto.
Il 4 ottobre 2007, davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato convocate per la finanziaria, Tommaso Padoa-Schioppa infilò tra due considerazioni sui conti pubblici una battuta destinata a durare parecchio più a lungo della manovra che stava illustrando: mandiamo i bamboccioni fuori di casa. La misura a cui la battuta era appesa era un aiuto di mille euro l'anno per i ventenni e i trentenni che prendevano casa in affitto. Mille euro l'anno fanno ottantatré euro al mese, e al canone medio richiesto oggi a Milano, 22,4 euro al metro quadro, ottantatré euro comprano tre metri quadrati e mezzo, cioè un bagno cieco. La parola invece è rimasta, si è riprodotta — nel 2012 Elsa Fornero avrebbe definito choosy i giovani che non accettavano la prima offerta — e ha fissato per quasi vent'anni i termini della discussione: una questione di carattere, di indolenza, eventualmente di educazione familiare, comunque qualcosa che riguardava le persone e non le condizioni in cui si trovavano.
Da allora il dato che quella battuta voleva correggere si è mosso nella direzione opposta. Oggi resta nella famiglia d'origine fino alla soglia dei trentacinque anni il 63,3 per cento dei giovani italiani, quasi due su tre, contro il 61,2 del 2012; si esce di casa in media a poco più di trent'anni, quattro anni oltre la media europea. Sono quattro anni di affitti che qualcun altro non incassa e che qualcuno non paga, di stipendi che restano dentro il perimetro domestico, di scelte tenute in sospeso perché prenderle richiederebbe una casa in cui prenderle. Descriverli come un'abitudine culturale è stato comodo per tutti, e ha permesso di non guardare la variabile che nel frattempo si muoveva davvero.
Quella variabile sono i salari. La retribuzione lorda reale media del settore privato italiano è oggi inferiore a quella del 1990: in trentasei anni ha perso il 6,6 per cento, mentre nello stesso periodo cresceva di oltre il trenta per cento in Francia e in Germania. Ma è la distribuzione interna a quella media a spiegare perché il ritardo colpisca alcuni e non altri: il dieci per cento dei lavoratori meno pagati ha perso il 40,8 per cento del potere d'acquisto, e con la stessa busta paga compra oggi meno di sei decimi di quello che comprava allora; il dieci per cento più pagato ha guadagnato il tre per cento. La frattura che siamo abituati a raccontare come generazionale, i giovani contro i padri, attraversa anche l'interno di ogni singola generazione, e lo fa lungo una linea che con l'anagrafe non c'entra niente.
Per la casa il conto si può fare in due modi, e nessuno dei due torna. Chi compra, secondo lo studio del Parlamento europeo sulla crisi abitativa discusso a febbraio, riesce a farlo quasi sempre perché ha alle spalle un'eredità o un aiuto dei genitori, tanto che più di un terzo di chi non possiede un'abitazione ritiene che non la comprerà mai; il fondo pubblico di garanzia italiano, riservato agli under 36 e ridimensionato dal 2024, copre immobili fino a 250mila euro, ma la garanzia non sostituisce l'anticipo, che a quel prezzo significa cinquantamila euro da avere liquidi prima di firmare. Chi affitta si scontra con una soglia che le banche stesse usano per valutare la sostenibilità di una rata, il trenta per cento del reddito: con 1.500 euro netti al mese fanno 450 euro di canone, che a Milano corrispondono a venti metri quadrati, e a quel punto la scelta non è più tra andarsene e restare, ma tra restare e andarsene dalla città.
Il lavoro, in questa aritmetica, entra soprattutto come data di scadenza. Quasi un dipendente italiano su sei ha un contratto a termine, e la quota si muove di qualche decimo all'anno senza cambiare ordine di grandezza; nel Mezzogiorno, tra i venticinque e i ventinove anni, lavora una persona su due contro quasi tre su quattro nel Nord-Ovest, il che significa che la stessa età anagrafica descrive due condizioni diverse a seconda della latitudine. Chi può, si sposta: negli ultimi anni l'Italia ha perso per emigrazione una media di circa ventisettemila giovani netti all'anno nella fascia venticinque-trentaquattro, e il bilancio demografico di quella fascia resta positivo soltanto grazie ai coetanei stranieri che arrivano. Il Mezzogiorno, che li perde due volte — verso il Centro-Nord e verso l'estero — ne ha lasciati andare centocinquantamila laureati in sei anni.
Quello che questi numeri descrivono, messi in fila, è un problema di orizzonte temporale. Le cose che chiamiamo età adulta sono impegni lunghi: un mutuo dura venticinque o trent'anni, un figlio ne impegna almeno diciotto, una convivenza presuppone di poter pagare l'affitto anche nel 2029. Tutti richiedono che qualcuno accetti una previsione sul tuo reddito futuro, e un contratto che scade a dicembre non abbassa soltanto il reddito disponibile: rende impossibile fornire quella previsione a chi la chiede, che nel caso del mutuo è una banca e nel caso dell'affitto è un proprietario che vuole tre mensilità di cauzione e un tempo indeterminato. Quando la previsione non regge da sola serve un garante, e in Italia il garante è la famiglia d'origine, che firma la fideiussione, versa l'anticipo, ospita fino ai trentacinque anni. Vale la pena notare che la parola con cui il sistema finanziario descrive questa capacità di essere creduti sul futuro — merito — è la stessa che il discorso pubblico usa per spiegare perché alcuni ce la fanno e altri no, con la differenza che in banca nessuno finge che dipenda dall'impegno personale: dipende dalla busta paga e da chi sia disposto a firmare e mettere la propria accanto alla tua.
È un sistema che funziona, in senso contabile: il costo del ritardo non scompare, si sposta dal bilancio pubblico ai bilanci domestici, dove non produce deficit, non compare nelle statistiche della spesa sociale e non genera conflitto politico. Ha però due effetti che nessuna misura successiva corregge. Il primo è che ricade in misura sproporzionata sulle donne, dato che le inattive per motivi familiari in Italia sono più di tre milioni. Il secondo è che riproduce le posizioni di partenza: chi nasce in una famiglia proprietaria esce di casa intorno ai trent'anni con l'anticipo versato e una firma sul contratto, chi non ci nasce resta oppure parte, e la differenza tra i due non è generazionale, non è meritocratica e non è misurata da nessuno perché avviene dentro le case.
C'è anche una ragione per cui questo assetto non produce una domanda politica proporzionata alla sua dimensione. Un costo che passa dal bilancio pubblico a quello familiare cambia natura mentre si sposta: smette di essere una questione di diritti e diventa una faccenda privata, che si negozia dentro casa con gli strumenti che si usano dentro casa, cioè la gratitudine, il senso di colpa, il rinvio della discussione a dopo cena. Una rivendicazione che si rivolge ai propri genitori non arriva mai a essere una rivendicazione politica, perché il soggetto a cui viene indirizzata non è lo Stato ma una persona che sta facendo il possibile, e che nel frattempo ha rinunciato a sua volta a qualcosa. Nei paesi in cui l'uscita di casa avviene a ventidue o ventitré anni il conflitto sull'abitare è visibile, si esprime in politiche e in proteste, ha una controparte identificabile. Qui il conflitto si consuma in cucina, dove non lascia traccia statistica e non produce alcuna pressione su chi scrive le leggi.
Sui figli, i dati permettono almeno di distinguere il desiderio dalla possibilità. Nel 2025 sono nati in Italia 355mila bambini, il minimo dal secondo dopoguerra, e il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, poco più della metà di quanto servirebbe soltanto a tenere ferma la popolazione. Ma chi dichiara di non volere figli è il 5,5 per cento, e se le intenzioni dichiarate si fossero tradotte in nascite i nati sarebbero stati circa 760mila, più del doppio. La distanza tra queste due cifre è l'unico dato davvero necessario per capire di cosa si parla quando si parla di denatalità, e non riguarda la volontà di nessuno.
Il desiderio, però, non è una costante che aspetta condizioni migliori. La quota di italiani tra i diciotto e i quarantanove anni che dichiara l'intenzione di avere un figlio è passata dal 50,7 per cento del 2003 al 45,3 di due anni fa: cinque punti in vent'anni, che nella pratica sono un numero crescente di persone che hanno smesso di considerare la genitorialità un'ipotesi da organizzare. E il rinvio produce effetti che nessun incentivo recupera, perché l'età media al parto ha superato i trentadue anni e mezzo, e chi arriva al primo figlio in quella fascia ha una finestra corta per un secondo, che coincide esattamente con gli anni in cui il reddito comincia a stabilizzarsi.
Le unioni raccontano la stessa cosa da un'altra angolazione, e la raccontano da quarant'anni, perché il calo dei matrimoni in Italia non ha conosciuto interruzioni. Ci si sposa più tardi — poco meno di trentacinque anni gli uomini, quasi trentatré le donne, con un rinvio di due o tre anni rispetto all'inizio dello scorso decennio — e ci si sposa sempre meno, mentre la famiglia più diffusa del paese è ormai quella composta da una persona sola. Chi si sposa, per tre volte su quattro, sceglie il regime di separazione dei beni: ciascun coniuge resta proprietario di quello che acquista e in caso di rottura non c'è patrimonio comune da dividere, il che tutela soprattutto chi nel matrimonio porta beni ricevuti dalla propria famiglia. Trent'anni fa quella scelta la faceva meno di uno sposo su due.
La risposta pubblica più consistente degli ultimi anni è il Piano Casa varato con il decreto legge del maggio 2026: 970 milioni di euro distribuiti su cinque anni, un commissario straordinario, Invitalia come braccio operativo, e l'obiettivo di rimettere in circolo circa sessantamila alloggi di edilizia residenziale pubblica che oggi non si possono assegnare perché privi delle manutenzioni necessarie. Sono case che lo Stato già possiede, e la dotazione corrisponde a circa sedicimila euro per appartamento, cioè a una ristrutturazione leggera. Accanto ci sono uno sconto sull'Imu per chi affitta a canone concordato a un under 35 e un fondo per il contributo all'affitto degli studenti fuori sede che, distribuito a mille euro a testa, arriverebbe a ottomilacinquecento persone.
Nessuna di queste misure interviene sul mercato privato dell'affitto, che è il mercato in cui si colloca quasi tutti quelli che cercano casa nelle città dove si trova lavoro, e nessuna incide sulla dinamica dei salari, da cui dipende la sostenibilità di qualunque canone. Il canone medio milanese, dopo otto anni di crescita ininterrotta, ha smesso di salire nel secondo trimestre di quest'anno: l'ufficio studi di Idealista ha registrato una flessione dell'1,5 per cento su base annua e l'ha attribuita alla saturazione della capacità di spesa delle famiglie.