Forse diamo davvero troppe cose per scontate. La prima è la nostra libertà, una condizione che può essere garantita solo in una democrazia liberale, vale a dire in un sistema fondato sullo stato di diritto, dove è la legge, che si forma attraverso un processo partecipativo e rispettoso delle minoranze, a regolare i conflitti sociali e gli interessi contrapposti.
Su 179 Paesi che si dividono il globo terrestre, quelli che possono essere definiti democrazie compiute sono una netta minoranza.
Ben 92, infatti, sono catalogati come autocrazie. Gli altri sono in una zona grigia.
Ciò vuol dire che il 74% della popolazione mondiale (qualcosa come 6 miliardi di persone) vive sotto regimi illiberali dove la libertà, prima tra tutte quelle di votare e di incidere davvero nella vita pubblica, è una chimera.
Un bel paradosso considerato che la stabilità democratica di un Paese significa anche sviluppo e ricchezza per i suoi cittadini, oltre che vivere in pace, cosa quanto mai importante in questo momento storico, quando la guerra è tornata a farci paura.
Ce lo dovremmo ricordare quando vediamo le scene come quelle che sono arrivate nell'estate 2026 da Ceuta, con migliaia di persone continuamente disposte a rischiare di morire (mo-ri-re!) pur di avere una speranza di vita migliore. Arrivando, ad esempio, in Europa.
Il nostro Continente, pur con tutti i difetti e i limiti, è una delle poche aree del pianeta dove la democrazia, accompagnata da ricchezza e pace, resiste.
Con difficoltà. Secondo Ernesto Galli della Loggia, almeno dall’inizio degli anni Novanta del Novecento a causa della globalizzazione e della perdita dell’egemonia dell’Occidente, ma resiste.
A dirlo sono state anche tre agenzie che misurano costantemente il grado di democraticità degli Stati: il V-Dem Institute, il centro di ricerca dell’università di Goteborg; la Freedom House, la ong fondata da Eleanor Roosevelt, e l’Idea International, l’organizzazione intergovernativa per la democrazia e l’assistenza elettorale con sede a Stoccolma.
Per il primo, i tre Stati più democratici al mondo sono Danimarca, Svezia e Norvegia; i peggiori, invece, Eritrea, Corea del Nord, Myanmar, Afghanistan e Nicaragua.
Per la Freedom House, i migliori sono Finlandia, Svezia e Norvegia; i peggiori Sud Sudan, Turkmenistan, Sudan, Corea del Nord e Eritrea.
La classifica di Idea International, invece, premia l’Uruguay, la Costa Rica e i Paesi Bassi oltre che gli scandinavi e condanna Afghanistan, Myanmar e Corea del Nord.
Fatto sta che, esaminando decine di fattori, tutti gli istituti che monitorano la democrazia a livello mondiale hanno concordato sul fatto che si è di fronte a un processo di lenta ma costante autocratizzazione. Anche nel nostro vecchio, mai troppo caro Occidente.
Ora: senza star qui a ricordare il vecchio Churchill secondo cui la democrazia “è la peggior forma di governo eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”, bisogna pur dire che essa è giunta al crash-test dell’era dei social, vale a dire del dibattito pubblico polarizzato che pretenderebbe decisioni rapide, preconfezionate e pronte per essere messe in campo e dare risultati.
Una semplificazione infarcita di populismo che non tiene conto della realtà del governare fenomeni complessi come quelli che caratterizzano il nostro presente.
Una falsa soluzione che fa a pugni con la democrazia. Che è giunta, di conseguenza, a una curva della storia assai pericolosa, tanto da rischiare di mandarla fuori pista.
Perché se è vero che rappresenta il governo “del popolo, dal popolo, per il popolo”, per dirla alla Lincoln, è anche vero che ha bisogno dei suoi tempi per esprimersi. E questi tempi, soprattutto se confrontati con quelli delle autocrazie, dove tutto è affidato a una sola persona o, al massimo, alla sua cerchia, sembrano infinitamente più lunghi e improduttivi ai suoi cittadini. I quali, quando giungono a questa conclusione, non considerano, però, due cose.
La prima è che, intanto, se ne possono lamentare solo perché vivono in una democrazia.
La seconda ha avuto modo di sottolinearla Paolo Sorrentino nel suo ultimo film, “La grazia”. In un dialogo, il regista napoletano fa dire al suo Presidente della Repubblica:
“A cosa?”, gli fa la figlia.
risponde il Capo dello Stato.
E in effetti: in Russia, per dirne una, per “fare prima”, si stimano almeno 4000 prigionieri politici. E Jabloko, l’unico partito che si schierava contro la guerra in Ucraina (dato al 14% dei consensi), lo scorso agosto, è stato messo fuori legge dalla Corte Suprema che, anziché essere un organo indipendente, è del tutto soggetta alla volontà di Putin.
Certo poi: nelle democrazie più evolute, il Principe non dovrebbe mai dimenticarsi dello scettro. Da decenni i costituzionalisti più avveduti si confrontano per scovare il modo migliore per avere un governo allo stesso tempo rappresentativo e incisivo.
Finora, c’è chi se l’è cavata meglio, come gli Usa. E chi potrebbe fare meglio, come la nostra Italia, ingessata in un sistema costituzionale figlio della guerra Fredda e della paura del ritorno del fascismo e che tende, quindi, a sacrificare la forza dell’esecutivo.
E così: stando all’indice di V-Dem, il nostro Paese, pur rimanendo nel ristretto club delle democrazie liberali (Deo gratias), tra il 2024 e il 2025, ha zoppicato per “un crescente squilibrio dell’informazione a favore del governo e della maggioranza” ed è sceso dal 30esimo al 37esimo posto.
Anche per la Freedom House siamo regrediti perdendo due punti (da 89 siamo scesi a 87) a causa dell’indebolimento dei presidi anti-corruzione e delle politiche messe in atto contro le Ong che operano per i migranti nel Mediterraneo.
Ma gli altri Paesi come se la cavano?
Trump, per il tasso di democrazia degli Stati Uniti, è una vera sciagura. La nazione che per decenni si è posta come guida e faro dei democratici di tutto il mondo, con il tycoon alla Casa Bianca, dal 20esimo posto è precipitata al 51esimo perdendo addirittura lo status di “liberale” proprio a causa dell’espansione del potere del presidente che non lesina nemmeno attacchi ai media e alle università.
Le istituzioni culturali, del resto, sono, assieme all’informazione, quelle più esposte in questi casi.
Quando la cultura non viene “innaffiata” a dovere è un guaio che ebbe modo di sottolineare già da Friedrich Nietzche:
E comunque: sempre secondo V-Dem Institute, Freedom House e Idea International, anche l’Argentina di Milei è in decadenza. Anche lì, tra un “Afuera!” e l’altro, sono aumentate le pressioni su media, libertà d’espressione e società.
Addirittura il Regno Unito viene bocciato: negli ultimi mesi, sono stati ravvisati minor libertà culturale e più autocensure. Ormai, per gli esperti, è da relegare al rango di “democrazia elettorale”.
E la Georgia, l’altro Paese, assieme all’Ucraina, dove la Russia da tempo ha allungato i suoi tentacoli?
Con gli uomini che fanno capo a Mosca al comando, è classificata come un’autocrazia elettorale. Del resto, le elezioni sono contestate, la società civile è sotto pressione. Molti giovani, sperando in un futuro migliore, scendono in piazza con la bandiera, guarda caso, dell’Unione Europea.
Non siamo nati tutti nella parte giusta del pianeta: stanno peggiorando il loro tasso di democraticità anche Armenia, Bulgaria, Moldavia, Portogallo, Slovenia, Islanda, Ecuador e Indonesia.
Le buone notizie, invece, arrivano da Corea del Sud, Ghana, Libano e Polonia.
In ogni caso: il mondo libero e democratico, non solo l’Occidente in senso stretto, deve vedersela con l’avanzata delle due super autocrazie che ormai l’hanno messo nel mirino.
È dimostrato che almeno dal 2012 la Russia cerca di alterare le elezioni degli Stati liberi con campagne di disinformazione, attacchi cyber e manipolazioni anche dei dati di training dell’Intelligenza artificiale.
La Cina, che punta all’egemonia economica mondiale infischiandosene dei diritti umani e della tutela delle minoranze, è ancora più subdola.
Fatto sta che i pericoli più grandi che corrono le democrazie si annidano al loro interno.
Gli Usa di Trump fanno ancora una volta da esempio numero uno: il tycoon, secondo molti osservatori, forza continuamente pesi e contrappesi immaginati fin dai tempi dei Padri fondatori firmando ordini esecutivi – si pensi a quelli che permettono le retate dell’Ice – in violazione delle leggi in vigore ma sperando che la Corte Suprema li faccia passare una volta che vengono impugnati.
Ora: davanti a questo scenario, le democrazie si difendono anzitutto con cittadini consapevoli. Storicamente, non sono mai morte perché attaccate dall’esterno, ma perché logorate dall’interno, con la più o meno regolare elezione di chi poi ne ha minato le basi.
Per questo le democrazie, che sono tutt’altro che dittature delle rispettive maggioranze, esigono che si tengano sempre gli occhi aperti. Sono una conquista che non deve essere data per scontata da nessuno.
Come diceva il Presidente Pertini, che fece anni di carcere per la libertà dell’Italia, “è meglio la peggiore delle democrazie della migliore di tutte le dittature”.