Diciamo addio per sempre al ragazzo pieno di vita, eccitato per i suoi poteri di supereroe.
Spider-Man inizia a diventare adulto come molti di noi. Vive da solo in una soffitta in un condominio nel Queens, non troppo differente da una qualunque stanza presa in affitto da un moderno trentenne in una grande città.
Lui, per salvare il mondo, ha scelto di cancellarsi dalla vita degli altri alla fine del film "No Way Home", e quattro anni dopo quella decisione lo ha lasciato in una città che conosce il suo costume ma non conosce il suo nome. Marvel ci presenta un eroe solo, ansioso, senza una vita privata e senza legami, che prova a convincersi che può farcela da solo, che autoproduce nuove tecnologie per stare "sempre sul pezzo" e localizzare i crimini in città, così da poter lavorare sempre e non pensare al lato più emotivo, ai suoi affetti e ai suoi ricordi.
Ne esce fuori un gran mal di testa, con conseguenze devastanti sul suo fisico. Spider-Man esplode e subisce le conseguenze di una vita vissuta in isolamento. E come lui, di supereroi ansiosi, ce ne sono ormai tanti altri.
Assistiamo, negli ultimi anni del cinecomic, all'estremizzazione, quasi, della vita di molti giovani adulti, che vivono nella pressione costante di dare il massimo nelle loro performance, angosciati dai possibili fallimenti, spesso lontani emotivamente da affetti, spazi privati e semplici attività svolte in gruppo con amici o pari.
Anche se il film “Spider-Man: Brand New Day” affronta il caso dal punto di vista di un supereroe che non può più rischiare di far sapere chi è, così da evitare di far del male anche alle persone che ama, non si può dire che non ci sia anche una chiave di lettura più sociale, generale, che prescinde dalla dimensione narrativa.
E così, negli anni 2020, i supereroi sullo schermo sono diventati sempre più emotivamente esposti: il ciclo del MCU dopo "Endgame" ha insistito su traumi, PTSD, lutti e depressione nei personaggi di Wanda, Bucky, Thor o negli anti‑eroi di "Thunderbolts". Sono film d'azione e di missioni da risolvere, sì, ma contengono riflessioni sempre più ampie sulla salute mentale.
E ci pensano anche i nuovi eroi della DC: "Supergirl", sopraffatta dalla responsabilità e dalla solitudine, e persino il nuovo "Superman" di James Gunn, quello del 2025, presentato come un personaggio più emotivo e vulnerabile rispetto all’icona invincibile di sempre.
Insomma, l'eroe in cui ci riconosciamo è l'eroe che amiamo di più.
Il giovane Peter Parker è rimasto solo con il suo lavoro. Ben presto, intorno a lui, qualcuno si accorge che non tutto sta andando bene.
Colei che nel tempo è diventata la figura più vicina a una sua collega, ovvero la detective Jean DeWolff (interpretata da Liza Colón-Zayas), gli consiglia ogni tanto di non stare sempre solo, e di rallentare.
Addirittura la sua assistente virtuale, EV, lo avvisa del fatto che il suo alto livello di stress potrebbe avere un impatto fisico reale: i suoi ormoni aracnidi sono schizzati al massimo.
"Sei stressato ultimamente?" gli chiede EV. Lui la ignora e, nonostante tutti i segnali d'allarme, continua la sua vita da irrefrenabile Spider-Man. Ci ricorda qualcosa?
Secondo il Burnout Report del 2025 di Mental Health UK, solo un terzo dei giovani tra i 18 e i 24 anni riteneva di poter "staccare dal lavoro quando necessario", rispetto a quasi la metà degli over 55.
I giovani tra i 18 e i 24 anni sono risultati i più propensi a segnalare livelli elevati di stress a causa di problemi come la tendenza a svolgere regolarmente straordinari non retribuiti e a lavorare più ore per l'aumento del costo della vita stessa.
Gli adulti tra i 25 e i 34 anni hanno segnalato livelli alti di stress dovuti a un carico di lavoro elevato o aumentato, nonché alla paura del licenziamento e della perdita del posto di lavoro.
Questi, è chiaro, non sono gli stessi motivi che portano il nostro Peter a diventare un maniaco della sua professione da supereroe in "Brand New Day", ma gli effetti negativi sono, rapportati alla natura dell'Uomo Ragno, praticamente gli stessi che proviamo noi.
Sappiamo tutti che crescere è un processo di emancipazione: hai una casa, un lavoro e devi dimostrare di "sapercela fare" al massimo, ma poi trascuri le tue relazioni e la salute mentale.
L'ideale dell'autonomia è ormai un criterio morale in cui devi dimostrare costantemente di "esserci riuscito" e che non si può dipendere dagli altri. Una visione sicuramente utile per affrontare la vita in modo performante e maturare un senso di responsabilità, certo, ma quando il concetto sfugge di mano, le conseguenze diventano devastanti.
Il modello di adultità di oggi convive sempre più con alti livelli di ansia e pressione. Si parla già di epidemie di solitudine e di isolamento. I giovani adulti dichiarano costantemente di sentirsi soli, di soffrire di depressione o di disturbi d'ansia.
Secondo un rapporto della Commissione dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità, in inglese World Health Organization, WHO) sulla connessione sociale, l'isolamento e la solitudine sono fenomeni diffusi, con gravi, ma spesso sottovalutate, ripercussioni sulla salute, sul benessere e sulla società.
La ricerca delinea così un futuro in cui legami sociali più forti migliorano le nostre vite, riducono le morti prevenibili e rafforzano l'idea di un mondo più connesso, e quindi inevitabilmente più sano.
Lo studio mostra come vivere senza reti di supporto affidabili aumenti il rischio di ansia e depressione e che chi è più solo percepisce un’aspettativa costante di performance, paura di fallire e difficoltà concreta a chiedere aiuto, perché la cultura intorno continua a ripetere che dovremmo "cavarcela da soli".
Forse non spareremo mai ragnatele organiche e non metteremo mai in pericolo New York con un nostro esaurimento nervoso, ma anche il cinema può insegnarci a non trascurare i segnali del nostro malessere e possiamo ringraziare il nostro amichevole Spider-Man di quartiere per averci esortato a riflettere.