Ormai al cinema viviamo in uno stato di déjà-vu permanente. Gli adattamenti, o i racconti di grandi leggende, trattano continuamente personaggi e storie viste e riviste: Robin Hood, Frankenstein, Dracula, Pinocchio, Scrooge, Odisseo.
Non è necessariamente un male, poiché da sempre i miti vengono scritti e riscritti, ed è bello che simboli storico-letterari vengano tramandati di generazione in generazione attraverso il cinema. Ma il meccanismo oggi sembra aver superato un certo limite, lasciando più spazio al marketing e meno alla cultura, più spazio al minimo sforzo che alla fantasia o all’ingegno di nuove riscritture o, se vogliamo estremizzare, al ruolo stesso dello sceneggiatore.
Insomma, oggi non solo le storie originali hanno sempre meno spazio e meno risonanza promozionale, schiacciate dall’ombra dei franchise conosciuti e dei grandi nomi, ma anche chi decide di raccontare leggende, storie o fatti già esistenti raramente si assume il rischio di riesaminare temi e opere che il cinema ha affrontato solo di striscio.
Un esempio è l’Odissea quando si vuole scegliere un poema epico, che non è quasi mai l’Eneide, o Re Artù e il mondo dei gladiatori, se si vogliono rispettivamente affrontare medioevo e antica Roma.
Interessante, in questo senso, l’opinione pungente di Quentin Tarantino quando commentava, nel 2024, la serie Netflix “Ripley”, ennesimo adattamento de “Il Talento di Mr. Ripley” di Patricia Highsmith.
sosteneva il regista al podcast di Bret Easton Ellis.
E quando c’è finalmente qualcosa che basterebbe da solo per incuriosire, ecco che la pubblicità rovina tutto, tanto da non rispecchiare la realtà.
È quello che è successo a “The Uprising”, il nuovo film di Paul Greengrass con Andrew Garfield.
Ambientato durante la Rivolta dei Contadini inglesi del 1381, è stato promosso negli Stati Uniti con lo slogan “The Rise of Robin Hood”. Un riferimento che rende il film immediatamente riconoscibile, forse, ma che ci fa venire in mente diversi quesiti: è storicamente accurato? Robin Hood, visto e rivisto in mille salse, ha ancora così tanto interesse per il pubblico? Ma soprattutto, Hollywood ha così paura delle storie nuove da doverle travestire da storie vecchie?
Il caso di “The Uprising” colpisce perché, almeno nelle prime promozioni, aveva tutte le carte in regola per stuzzicare interesse: l’Inghilterra medievale, la rabbia popolare, la lotta contro le tasse e anche una fetta di Medioevo che non è stata molto affrontata dal cinema.
Il film è ambientato, infatti, durante la Rivolta dei Contadini inglesi del 1381 e segue un uomo comune, un contadino interpretato da Garfield, coinvolto nella ribellione contro Riccardo II. La premessa storica era forte, ma l’immaginario era sicuramente meno immediato, più debole di una famosa foresta, un arco e un fuorilegge leggendario che, come dice il detto, “rubava ai ricchi per dare ai poveri”.
Da qui sarebbe nato il ragionamento promozionale: Robin Hood è un nome che tutti conoscono. In pochi secondi lo si collega alla giustizia sociale, alla lotta di classe, alla ribellione e, naturalmente, al Medioevo.
Probabilmente è stata vista come una scorciatoia perfetta per vendere un film storico a chi, forse, non sceglierebbe spontaneamente una storia sulla rivolta del 1381.
A pochi giorni dall’uscita statunitense del film, quindi, sono stati aggiunti sinossi e slogan che rievocano Robin Hood. Ma è stata proprio questa trovata a creare il cortocircuito, e anche diverse perplessità da parte del pubblico che era rimasto incuriosito dalle premesse.
La prima menzione letteraria certa di Robin Hood, infatti, viene di solito collocata nel “Piers Plowman” di William Langland, attorno al 1377: quattro anni prima della rivolta raccontata nel film. Non è quindi corretto presentare quegli eventi come la nascita della leggenda o la sua genesi. Al massimo, potrebbero aver contribuito ad alimentarne il mito.
E, seppure apparentemente non sembri un’enorme differenza, cambia tutto: perché da una parte c’è un film potenzialmente nuovo, un dramma storico, per intenderci; dall’altra, c’è il marketing che vuole forzare, che vuole attaccarsi a qualcosa che il pubblico già conosce.
Ma diciamo la verità: davvero gli spettatori non riescono a vedere un film medievale che non sia per forza su Robin Hood o Re Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda, oppure sarebbe pronto anche ad altro? A giudicare dal fatto che in molti sui social hanno lamentato la noia all’idea di vedere al cinema sempre gli stessi miti e che, anzi, il film sarebbe stato forzatamente cambiato nel titolo, pare proprio di sì: sarebbe meglio dell'altro.
Per giunta, la situazione è resa ancor più particolare dall’uscita al cinema, ad agosto 2026, di “Robin Hood - Il prezzo del sangue”, con Hugh Jackman (e flop al botteghino). Insomma, ci ritroveremmo davvero con due film sullo stesso personaggio a distanza di un mese, almeno sul piano internazionale.
Può far riflettere il fatto che il richiamo a Robin Hood non sia stato uguale in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, Focus Features ha diffuso materiali con il titolo “The Uprising: The Rise of Robin Hood”.
Nel Regno Unito, invece, Entertainment Film Distributors ha preso le distanze da quella campagna: il distributore ha spiegato che “The Uprising” è un’epopea storica sulla Rivolta dei Contadini del 1381, non un film su Robin Hood, e che la sua promozione britannica non contiene riferimenti all’arciere di Sherwood.
Ora, è difficile sapere se questa differenza dipenda da una meticolosità britannica o da un’accuratezza maggiore (culturale) verso la propria storia nazionale. Più prudentemente, si può dire che i due mercati hanno scelto di comunicare lo stesso film in modo diverso: negli Stati Uniti hanno deciso di riattaccarsi a un mito popolarissimo e immediato; nel Regno Unito lo hanno comunicato attraverso il contesto storico della rivolta. Ma è comunque un fatto molto significativo che può farci riflettere sulle priorità, gli interessi diversi da parte dei due Paesi.
C’è una domanda scomoda che entra in gioco osservando casi come questi e il modo in cui sta mutando il mondo del cinema, tra proposte e campagne di marketing. Se le storie devono essere sempre più spesso riconducibili a qualcosa di già noto (quindi uno spin-off, un remake, un prequel, un sequel, l’origine di un’icona letteraria, una leggenda, l’adattamento di un famosissimo romanzo, o la ripresa di un già affermato franchise) quale spazio resta per lo sceneggiatore chiamato a immaginare davvero qualcosa di diverso, che ancora non è popolare ma che potrebbe diventarlo?
Nei prossimi mesi, per dirne solo una, arriverà “Ebenezer: A Christmas Carol” con Johnny Depp, mentre “The Odyssey” di Christopher Nolan ha riportato al cinema uno dei miti fondativi della cultura occidentale, insieme a migliaia di persone. Prima ancora, cinema e streaming hanno continuato a tornare su Frankenstein, Dracula, Pinocchio, Peter Pan e Robin Hood, che, come dicevamo, viene accostato il più possibile a prodotti anche solo lontanamente medievali.
Non c’è nulla di sbagliato negli adattamenti: spesso, anzi, li ringraziamo, perché mantengono vive le grandi storie. Ma se il riconoscibile è direttamente proporzionale alla possibilità di promuovere o finanziare un film, forse qualcosa non va.
Si rischia così di chiedere agli autori di ricombinare ciò che già esiste. E non è forse così, molto semplificatamente, che ragiona l’IA?
"L'intelligenza artificiale non crea, combina", ha affermato il regista Paul Schrader, alla conferenza AI on the Lot di maggio 2026 .
La provocazione è questa: se l’obiettivo è assemblare formule, topoi e titoli familiari per produrre qualcosa di immediatamente vendibile (almeno si spera), una macchina potrebbe sembrare qui la soluzione più veloce ed economica.
Ne ha parlato un po' negli stessi termini Martin Scorsese, a GQ nel 2023, riferendosi, per esempio, ai film-franchise, li ha definiti "contenuti manifatturieri" che "non sono davvero cinema", e ha aggiunto
Scorsese stesso è arrivato alla nostra provocazione, dichiarando: "non vorrei dirlo", ma "è quasi come se un'intelligenza artificiale facesse un film.”
In questo modo, si lascia poco spazio al valore umano di chi scrive e si sacrifica il rischio, la cultura e la possibilità di fare luce su tanti fatti storici che potrebbero arricchirci.
L’idea di cui non sapevamo ancora di aver bisogno, il personaggio o il secolo più inesplorato, un racconto che un giorno potrebbe diventare il prossimo marchio o il prossimo mito, vengono nascosti per cosa? Per un risultato forse inizialmente più rassicurante, ma non per questo più accattivante o economicamente vincente al cento per cento.